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Ho firmato per il Public Domain Manifesto
Abituarsi ad innovare
L’innovazione è una questione di pratiche, più che di mentalità o di saperi. Può anche capitare che le resistenze al cambiamento si esprimano con frasi del tipo “Ho sempre pensato che …”. Ma è molto più frequente sentir affermare con una (legittima) punta di orgoglio “Ho sempre fatto così”.
Perché lasciare la strada vecchia per la nuova? Il costo dell’innovazione è – da questo punto di vista – molto elevato: imparare cose nuove ed arrischiarsi in acque non conosciute può significare giocarsi la carriera e la reputazione. E non a tutti piace.
Nicola Mattina, intervistato da Nextinnovation, afferma infatti che:
la maggior parte dell’innovazione si fa in gruppo, gestendo e partecipando a delle reti: di conoscenze, di scambio, di opportunità commerciali e imprenditoriali.
In una rete, è più facile non solo diffondere saperi e pratiche, ma anche condividere i rischi e sentirsi sostenuti nel portare avanti anche le idee più bislacche. L’innovazione è una pratica sociale.
E poi le idee devono essere sottoposte a vaglio critico. D’altra parte, è noto che reti troppo “strette” e chiuse in se stesse tendono – nel corso del tempo – a produrre conformismo e “pensieri unici”.
Multidisciplinarietà, apertura al mondo esterno (anche, ma non esclusivamente, delle imprese) e partecipazione a reti “a legami deboli” riducono senz’altro questo rischio: peccato che siano abitudini ancora poco diffuse in Italia, e non solo per colpa del mondo della ricerca.
I confini dentro: come pensare l’Altro in un mondo “mobile”

Secondo Marc Augé non è strano “che oggi si faccia a fatica a pensare lo spazio e l’alterità” (Tra i confini).
A volte si parla, a questo proposito, di crisi di identità. Ma questa è, per parlare più propriamente, una crisi dello spazio … e una crisi dell’alterità. Era la stabilità dell’altro che rendeva l’identità concepibile e facile.
L’“altro lontano”, infatti, lo incontriamo tutt’al più (quando noi siamo) in vacanza, o nei documentari. Per l’“altro vicino”, tutte le culture sono attrezzate con appropriate strategie e meccanismi di esclusione, che vanno dalla segregazione al pettegolezzo, passando per le divisioni delle città in quartieri su base etnica e/o sociale.
Sono questi i confini di cui parla Augé, i confini che la globalizzazione ha fatto saltare, “offuscando” la categoria dell’altro e, con essa, le certezze delle identità. Saltano i confini spaziali – quelli che le persone attraversano – ed insieme saltano i confini culturali – quelli che passano attraverso le persone e le comunità. I muri di recinzione costruiti a difesa dei confini sono davvero emblematici di questa nostra epoca. Leggi tutto…
Ancora sul familismo amorale e l’Italia “fatta in casa”
In questo post, torno a parlare del particolarismo, esaminandone un aspetto che è peculiare della società italiana, e che è stato trattato in diverse occasioni da studiosi italiani e stranieri. Il testo di Banfield che ha introdotto il concetto di “familismo amorale” sta infatti per essere pubblicato in italiano in una nuova edizione, ed è stato richiamato spesso nel dibattito intorno al recente volume L’Italia fatta in casa.
Il familismo amorale. Nel 1958 Banfield pubblicava The Moral Basis of a Backward Society (in italiano: Le basi morali di una società arretrata), introducendo una espressione destinata ad essere poi diffusamente utilizzata per indicare l’assenza di etica pubblica in Italia, ed in particolare nell’Italia meridionale.
Il particolarismo che si esprime nel familismo amorale presenta una sua specificità in quanto non si estende oltre la soglia di casa: la stessa comunità di appartenenza – il paese – è già “terra” di nessuno. Leggi tutto…
